La poesia secondo la Szymborska
Il
contrasto romantico Io-Mondo, già emerso nel periodo romantico, trova spazio nelle opere della poetessa novecentesca Szymborska, che propone un
nuovo modo di guardare al silenzioso lavorio della scrittura. Questo
dissidio, insieme all'osservazione della realtà, è alla base della
riflessione della scrittrice polacca, la quale riteneva che il
“segreto” della sua scrittura fosse l'isolamento. La poesia non
può nascere dal rumore di questa chiassosa società contemporanea
eppure, tra i tanti suoni, quello della scrittura è il più urgente
e necessario. Nell'intervista, pubblicata per il Los Angeles Times
nel 1996, Dean E. Murphy chiedeva alla Szymborska se questa esigenza
di allontanamento dal mondo non fosse in contraddizione con la
scrittura, che resta pur sempre una forma di esibizione, un esercizio
di vanità che espone la parte più intima del sé a dei perfetti
sconosciuti. La poetessa rispondeva che questo dualismo è insito
nell'animo dell'artista ed è spiegabile nell'atteggiamento variegato
che si può assumere nei confronti del mondo che lei esemplificava in
un suo componimento:
Miei
segni particolari:
incanto
e disperazione
Il
suo stupirsi di tutto ciò che la circonda le ha permesso di vivere
l'avventura della vita con la sorpresa ma anche con malinconia e
amarezza. Questa visione duale della vita, oltre che dell'arte, è
ancestrale e formidabile (recuperando il valore etimologico di
vox media) per cui assume due significati di senso opposto:
straordinariamente bello o brutto al punto da fare paura, al tempo
stesso rischioso come tutto ciò che è frutto della nostra
vocazione. Richiede coraggio, incoscienza e una buona dose di follia. Una follia trova il suo germe in un contesto storico di diffidenza. Prenderò in prestito le parole di Vecchioni che ha omaggiato la
Szymborska con questi versi:
E
quando canti aspetto
che il verso sia finito
e la gioia di vivere
mi prenda all’infinito.
che il verso sia finito
e la gioia di vivere
mi prenda all’infinito.
Questa
costante tensione all'infinito non si placa mai nel poeta, che altro
non è che uno scandaglio nei sentimenti umani. Il linguaggio della
poesia non afferisce alla sfera della normalità poiché, anche se
essa è legata alla quotidianità, è sempre volta alla ricerca
dell'infinito. La riflessione poetica parte esattamente da una
“frasetta”, come la definisce la Szymborska: «Non lo so». Il
«non lo so» è il trampolino che ci rimbalza prima di tuffarci
nella profondità nel nostro “io” dove ogni parola ha un peso e
nulla è solo casuale.
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